Festival della Viandanza: verso ciò che dura

(un momento del Festival della Viandanza nello scatto di Michele Piccardo)

(un momento del Festival della Viandanza nello scatto di Michele Piccardo)

Si leva un suono di cornamuse!
Un suono di cornamuse in marcia,
liberatorio. Un corteo. Un bosco in marcia!
Tomas Tranströmer, Epilogo

Mi piace chiudere così, con i versi di un poeta a suo agio nei silenzi e nei misteri annidati nelle vastità, la terza edizione del Festival della Viandanza, svoltasi a Monteriggioni, sulla Via Francigena, dal 20 al 22 giugno scorsi. Vorrei che rimanesse in noi, fino al prossimo anno, l’immagine del bosco in marcia, un corteo di creature che ha i propri piedi ben radicati nella terra eppure, in circostanze eccezionali, riesce ad estrarli per mettersi in cammino assieme alle altre creature, tutte, quelle slanciate con le proprie forme allungate verso il cielo, e quelle ripiegate nella propria ombra, quelle votate alla potenza e alla grandiosità, e quelle minuscole, invisibili ai più. Tutte le creature, nessuna esclusa, in marcia.

Frédéric Gros spiega bene – in Andare a piedi. Filosofia del camminare, un testo che non può mancare nella biblioteca di un viandante – cosa succede in cammino: «non si sa più niente del mondo e dei suoi sussulti, degli ultimi sviluppi dell’ultimo caso. Non ci si aspetta più il capovolgimento, né c’interessa sapere com’è cominciata o com’è andata a finire (…). Trovarsi di fronte a ciò che assolutamente dura ci stacca da quelle notizie effimere che di solito ci schiavizzano». Ecco, noi, questa festa, vorremmo che stesse dalla parte degli alberi, dei sassi, dei versi, di ciò che dura, non dalla parte delle novità, delle novità gridate al telegiornale, nelle vetrine, le news che ci bombardano quotidianamente e che rilanciamo sui social network e di cui, poche ore dopo, già ci siamo dimenticati. Non facciamo un festival per cavalcare una moda, ma una festa per celebrare l’incontro tra creature che durano, o che usano parole che durano, si scambiano sguardi che durano, stanno insomma, o vanno verso, quella radura, quella soglia, quel luogo in cui regna la durevolezza.

Come si fa a organizzare una festa che non sia fine a se stessa, che non sia una passerella, ma un momento di incontro necessario, qualcosa che, se non ci fosse più, porterebbe le persone ad impegnarsi per rifarla, anche se diversa, anche se da un’altra parte? Questa è una domanda difficile, alla quale non possiamo, noi che la organizziamo, sottrarci. A me, per abbozzare una risposta, torna alla mente il protagonista de La lucina, un libro – accecante! – scritto da Antonio Moresco, che abbiamo avuto l’onore di ospitare: «Andrò là! Andrò a vedere che cosa c’è in quel punto». Una creatura sola che, spinta da un «disperato fantasticare», attraverserà vastità vegetali, vaste solitudini, il vasto pullulare di vita e di morte che occupa lo spazio e il tempo, per raggiungere una lucina che scorge nel bosco. Una creatura che si metterà sulla strada che porta verso l’impossibile.

Come si fa a organizzare una festa necessaria, indispensabile? Ecco, io direi che per farlo bisogna mettersi su quella strada, anche se è buia, poco battuta, perché andare a scovare quella lucina in fondo al bosco, quella luce fioca, ha un senso. Questa festa è necessaria, è indispensabile, se e solo se convince le persone ad indossare i panni fragili delle creature, se le convince a mettersi su quella strada, insieme, e le spinge ad andare verso una luce impossibile. Poi, una volta instradate, le creature andranno, chi tenendo la mano ad uno sconosciuto, chi in solitudine, chi con paura, chi con coraggio, chi parlando per cacciare via la paura, chi in silenzio per governare il coraggio.

Potrei scrivere delle tante persone che hanno partecipato, venendo da tutta Italia, che sono andate a centinaia a camminare di notte e di giorno, che si sono stese sotto gli ulivi in ascolto, o degli ospiti che si sono dati con generosità, della meravigliosa Monteriggioni battuta dalla luna, delle cose che hanno funzionato bene e di quelle che dovrebbero essere migliorate, ma questo non è un resoconto. Ora vorrei solo salutare tutti voi che siete venuti, e tutti voi che non siete venuti ma che avreste voluto, invitandovi a pensare al bosco in marcia, alla strada che conduce alla lucina, alle imprese impossibili che non sono né imprese, né impossibili, a ciò che dura o che, caparbiamente, si dirige verso la durevolezza.

 

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