Il Festival della Viandanza, ovvero la festa

Viandanza

C’è gente, in giro, che pensa che i festival culturali non servano a niente. Che sottraggano denari pubblici. Che facciano arricchire chi li organizza, o chi vi partecipa. Che siano pieni di egocentrici, esibizionisti, amici degli amici. Che non solo non servano a niente, ma siano pure dannosi.

La gente che pensa così, è gente che solitamente passa più di una domenica al mese al centro commerciale, più di una sera alla settimana di fronte alla televisione, più di due ore al giorno in colonna, nel traffico, bestemmiando, e più di tre ore al giorno al telefono o in chat o in facebook, parlando male del proprio collega, o del proprio vicino di casa, covando la voglia di linciare questo o quello, covando un sacco di rabbia. Tutta quella rabbia rimane nello stomaco. Tutta quella rabbia non se ne va.

Anche a me capita di rimanere imprigionato nel traffico, o di andare al centro commerciale a comprare qualcosa, o di guardare la televisione, o di stare su facebook. Il meno possibile, ma capita. Quello che però non mi capita più è di covare la rabbia. E non perché mi sia avviato sul sentiero della saggezza, ma perché il cammino mi ha obbligato a liberarmi dei pesi, e la rabbia è, indubitabilmente, un peso. Posso essere affaticato, triste, melanconico, preoccupato, quello sì. Rabbioso, mai.

Organizzo festival da una quindicina d’anni. Non mi sono arricchito. Sono probabilmente più povero di chi vorrebbe eliminarli, i festival. Continuo ad organizzarli, nonostante i fondi siano sempre meno, nonostante la nostra allucinante burocrazia, perché non so fare politica in un partito. Però così sì, mi piace farla. Fare un festival è fare politica.

Il Festival della Viandanza è quello a cui tengo di più. Non è un festival per celebrare il trekking o le imprese in bicicletta, non è un festival del turismo. Forse non è nemmeno un festival, e di sicuro non vi si celebra nulla. Pensatelo come una festa in cui non serve l’invito per entrare. Si svolge in una casa senza porte e senza finestre. Ha a che fare con la poesia, anche se non ci sono letture di poesia. Con l’umanesimo, anche se non ci sono conferenze di filosofi. Con l’amore per la natura, anche se non ci sono lezioni di naturalisti. Con l’utopia, anche se non ci sono profeti. Con l’amicizia, anche se molti di quelli che vi partecipano non si sono mai visti prima. Con la lentezza, anche se bisogna correre da un giardino all’altro per non perdersi un appuntamento.

Organizzare una festa è impegnativo, a tratti gravoso. Porta via dei mesi. Poi, quando la festa comincia, se tu sei l’organizzatore, non ti godi nulla. Perché devi stare attento a questo e quello. Controllare, riparare, trovare soluzioni a problemi inaspettati. Quando finisce la festa, sei così stanco che dici: “questa è l’ultima volta”. Passa qualche settimana, al massimo qualche mese, e già pensi alla prossima festa, a come e dove farla, a chi metterà la musica, ai festoni, al cibo, ai balli, agli sguardi, alle strette di mano, alle parole dette nel buio.

Domani parto per Monteriggioni. Per preparare la festa che inizia venerdì. Sono stanco, so che dovrò correre da un posto all’altro, che non riuscirò a dedicare il giusto tempo agli amici che verranno, che dormirò poco. Mi godrò poco la festa, eppure saperlo non mi dà rabbia. Non mi dà nemmeno tristezza. Preoccupazione, sì, perché non si sa mai. Ma è la preoccupazione di chi sa che, con tutte le sue lacune, i suoi dubbi, i suoi difetti, si è messo sull’unica strada in cui vorrebbe stare.

Vi aspetto, QUI.

 

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