Immergersi (e non giudicare) nelle notti chiare dei poeti

otto dix l'avanzata dei mitraglieri

 

 

 

 

 

 

(un mio articolo apparso il 10 giugno sul “Corriere della Sera”, all’interno dello speciale “Trentino guerra e pace”, dedicato alle rassegne che ricordano i cent’anni dallo scoppio della Grande Guerra)

«Io feci il sonno più bello / di tutta la mia vita, / dentro una barella / ancora insanguinata», scrive ne La Buffa Giulio Camber Barni, uno dei tanti partiti al fronte come volontari. Come accogliere, a distanza di quasi un secolo, questi suoi versi, o quelli di Ardengo Soffici, per il quale «Le pallottole che sfiorano la nostra guancia / Hanno il suono di un bacio», come reagire alla voce altisonante di Corrado Govoni quando ci grida «Bella è la guerra!», come possiamo togliere i nostri panni e provare a calzare i loro, senza sussultare? Facile giudicare dalle nostre postazioni comode e sempre connesse, facile stilare la lista dei cattivi e quella dei buoni, facile (e giusto) commuoversi di fronte al cuore di Ungaretti, in cui «nessuna croce manca».
Meno facile mettersi nei panni di un Dino Campana, quando afferma che la causa della guerra è il suo amore con Sibilla Aleramo, di un Massimo Bontempelli, che ci fa vedere «pezzi di cervello / scivolare come le lumache», o di un Clemente Rèbora, che ci porta sotto terra, parla in nome dei morti, si sente parte di quei morti, dice «noi, i putrefatti». Per capire, per tentare di capire, non basta soffermarsi sulle date che stanno in calce, come lapidi, a molte di quelle poesie, assieme ai luoghi in cui sono state composte. Collocarle nel tempo e nello spazio, nella Storia, nelle storie, non basta.
Dobbiamo, proprio come ha fatto Paolo Rumiz di recente, andare a piedi in quegli spazi per rievocare quei tempi, collocare i nostri corpi e le nostre percezioni in quelle trincee, camminare, come scrive Piero Jahier, «nell’infinito di queste cose viventi». Dobbiamo cadere in quei camminamenti, poi restare immobili, per ore, finché non si materializzi nelle nostre narici la guerra, la Guerra, come ce la descrive Sergio Solmi: «l’odore del cuoio marcio. Quello del sudore», e pure «l’odore dell’erba, annusata la faccia contro terra, spiando la piega del terreno-riparo per il prossimo balzo». Con un balzo uscire, percorrere le retrovie, incontrare chi, come Saba, si sente «troppo fuori da ranghi», quindi dirigerci nelle infermerie, osservare, annusare, ascoltare, allontanarci per far visita al “fronte interno”, dove le donne e i bambini aspettano, dove c’è chi, come Giovanni Boine, langue nel proprio letto come fosse una trincea.
Questi poeti, e molti altri, sono inseriti in Le notti chiare erano tutte un’alba, volume dal titolo montaliano curato da Andrea Cortellessa per Bruno Mondadori nel 1998 – un’antologia corposa e accurata, che potrebbe essere ampliata con l’inclusione di voci femminili – da cui è tratto l’omonimo spettacolo in scena a Trento, il 27 luglio, all’interno della rassegna “Rassegna di pace 2014”.

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