Sulla strada della viandanza, n. 4: tornare a casa (affrontare il walk-lag)

il ritorno

Come se camminassi
su punte aguzze,
sopporto sempre meno
la tua calma vicinanza.
Srečko Kosovel, Aspri ritmi

Quando torni da un cammino, tu crolli. Per giorni ti sei svegliato all’alba, hai ripiegato il sacco a pelo, rifatto lo zaino, hai fatto una colazione fugace e sei uscito all’aria aperta, senza preoccuparti che fuori ci fosse il sole, o la pioggia, o la neve, o la tempesta. I dolori della sera, la mattina non c’erano più. Come se il tuo corpo avesse compreso che non era il momento di rilassarsi, che non avevi alternativa all’andare avanti. Come se il tuo corpo avesse preso la stanchezza, la mancanza di sonno, l’acido lattico, le vesciche, le infiammazioni, ogni singolo dolore, e avesse riposto tutto da un’altra parte. Tu ti svegliavi e andavi, eri una macchina perfetta.

Ora sei a casa. Sei in soggiorno, o distesa sul letto, o in ufficio, o alla fermata dell’autobus, hai il portatile sulle gambe, o sulla scrivania, o lo smartphone in mano, o il tablet. Sei su internet e navighi, salti di sito in sito, di bacheca in bacheca, di mail in mail, ma non te ne frega niente. Ti arriva un sms, lo leggi, non rispondi. Ti chiamano, rispondi, parli come se fosse un’altra a parlare, la tua voce non è la tua voce. Ci sei, ma sai di non esserci. Ti gira la testa, hai sonno, sei debole, dormiresti per notti e giorni, se potessi spariresti nel buio. Sei affetta dalla sindrome del “walk-lag” (non cercare su google, non la troverai).

Allora ripensi a quando stavi sul sentiero, e tutto aveva un senso, netto, distinto, preciso. Avevi una meta, sebbene la meta non fosse importante. Eri solo, sebbene ad ogni curva tu incontrassi delle persone, degli alberi, dei fossati che sapevano parlarti, e tu ascoltavi – eri pieno di ascolto. Eri assieme ad altri, anch’essi diretti verso una meta che non era una meta, e questo andare assieme nella stessa direzione ti faceva sentire protagonista di un progetto. Eri con altri, ma eri anche solo. Una solitudine che non si può comparare con la tua solitudine di adesso. Ora sei solo senza volerlo, prima non c’era niente che non volessi.

Nonostante la tormenta, o la canicola, tu sorridevi. Eri calma prima della salita, sul rettilineo che non conosce ombre, lungo la discesa interrotta dalle frane, eri calma prima di addormentarti sul duro pavimento, lo eri al risveglio, sempre sul duro pavimento. Quella calma, ora, non la sopporti. Ora sei infastidita, sei nervosa, devi fumare, o mangiare, o uscire e vagare nelle vie intorno alla tua casa, o nuotare con la testa bassa respirando ogni 5, 6 bracciate. Stai già pensando al prossimo cammino, alla prossima calma. Questo è l’unico pensiero che ti rasserena.

Caro compagno di strada, fattene una ragione: tu non sei a casa, in questo momento. Anche se sei tornato da una settimana, o da un mese, tu non hai fatto ritorno. Non farai più ritorno. Le cose che hai intorno non sono più le tue cose. Le pareti intorno a te, anche se le hai stuccate, dipinte, coperte di quadri, non sono le pareti della tua casa. Tu non hai più una casa. La tua casa sei tu, e tu non sei più lo stesso che è partito, sei qualcos’altro. Se domani partissi un’altra volta, tutto andrebbe in un altro modo. La calma, sarebbe un’altra calma. Le curve, le gioie, i dolori, i volti, tutto sarebbe diverso. Non troverai la pace con una nuova partenza. Non si può ripartire, se non si è mai tornati. Tu sei la tua casa, e sei un altro. Sei un’altra casa. Fai in modo che questa casa nuova abbia le porte aperte, fai circolare l’aria, invita la gente ad entrarci, sorridi il più possibile, diventa ciò che diventerai.

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3 risposte a Sulla strada della viandanza, n. 4: tornare a casa (affrontare il walk-lag)

  1. w4bik ha detto:

    A piedi, la scorciatoia per raggiungere la casa che è “dentro. Gli occhi gettano uno sguardo di illuminata indifferenza sulle cose che più non ci appartengono, che cessano finalmente di “abitarci”. Stupendo!

  2. Davide ha detto:

    🙂 mi piace

  3. Caterina Livide ha detto:

    Non credevo che si potesse esprimere a parole. È esattamente così.

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