Alzati e cammina. Ovvero: non mancherò la strada

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Era il 2006. Era estate, anche se in Galizia l’estate non arriva mai. Me lo ricordo bene: i capelli lunghi che non ne volevano sapere di darsi un contegno, un paio di buffi pantaloncini corti, un mastodontico zaino ai miei piedi, le bacchette puntate con vigore in terra per non cadere. Di fronte a me un cartello che diceva “Santiago de Compostela”. Scoppiai a piangere, e piansi per diversi minuti. Non capivo il perché, piangevo e basta. Avrei avuto bisogno di molti altri cammini, di diverse paia di suole e di scarpe, di innumerevoli sentieri sbagliati, negli anni a venire, per dare un senso a quel pianto.

Avrei avuto bisogno, anche, di mettere ordine nella mia testa. Tentare di dare un nome e un volto ad ogni viandante incontrato, tentare di ricordare le sue parole e, una volta ricordate, stillare il suo insegnamento. Perché ogni viandante ha da insegnare qualcosa, qualcosa di preciso e limpido, e quella cosa precisa e limpida, a cui è arduo dare una forma distinta, so che è molto di più di quanto abbia potuto insegnare ai miei studenti, o molto più di quanto i miei professori abbiano insegnato a me. Sapevo che quella precisione e quella limpidezza mi avrebbero permesso di abbandonare la pesantezza che, inesorabilmente, mi impediva ogni scatto vitale in avanti. Ricordavo Wordsworth, quando scrisse: “Non mancherò la strada”. Sapevo che, per non mancare la mia strada, avrei dovuto essere leggero.

Questo libro, che tra qualche mese vedrà la luce, l’ho scritto pensando al ragazzo che si mise a piangere la prima volta che arrivò a Santiago. Ci sono voluti sette anni per capire che senso avesse quel pianto. Ora so che quel pianto riguarda ciascuno di noi. E che questo libro – per quanto male possa essere scritto – riguarda anche te, che mi leggi, e vorresti partire alla ricerca di quella leggerezza. Che non è una leggerezza qualsiasi, è proprio quella lì, quella lì e basta.

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