In Polonia a leggere poesie (ma non, spero, al mio ombelico)

locandina_festival_varsavia

Abbiamo preso lo stesso volo
La stessa ala ci copriva la vista
mangiato la stessa salsa cinese con le olive
Indossavi la tua camicia di sempre
Fumavi la tua solita Winston
I tuoi occhi fissavano i laghi di nebbia
Quella tua ruga sulla guancia destra
La smorfia delle tue labbra
Era la tua mano che teneva il giornale
Ma quando ti ho chiamato per nome
Tu hai risposto: -Sorry, lei mi confonde con qualcun altro
Lo hai detto con una voce che conosco bene
E anche se sono passati sette anni
Dal tuo funerale
Non sei cambiato affatto
Solo un po’ troppa morte su di te, forse
Al polso un orologio vuoto
E rosea, oltre l’oblò,
La notte

Questi versi sono di una poetessa polacca, Ewa Lipska, e fanno parte di un volume del 1981 (la traduzione – ricordatevi di citare sempre i traduttori – è di Giovanna Tomassucci). Di Ewa Lipska, in italiano, non si trova quasi nulla. Il testo che ho riportato, intitolato Viaggio, è tratto da un’antologia di poesia europea curata nel 1991 da un poeta triestino (ahimé dimenticato), Fabio Doplicher. Scoprii Lipska in un’antologia della poesia polacca degli anni ’70, che non trovo più in casa; c’erano dei testi che mi colpirono, credo tratti da Le confessioni di un nano (la figura del nano –  ispirato proprio da lei –  entrò in una delle mie prime prove in versi). Mi piaceva quella sua capacità di tratteggiare un quadro melanconico con semplicità, senza mai scivolare sul piano dell’angoscia, utilizzando immagini surreali, o meglio, appartenenti a quello che in critica è stato definito “realismo magico”. Quando andai a vivere in Ungheria, provai spesso quella sensazione. La gran parte dei poeti non si crogiolava in sperimentalismi né si ritirava nelle schiera della retroguardia: erano contemporanei, il loro linguaggio lo era, le loro immagini, e proprio perché lo erano si rivolgevano ad un pubblico di non specialisti. Non scrivevano per il proprio ombelico. Anche se cattedratici, dotti, o se di indole trasgressiva, poco importa: scendevano dalla cattedra, saltavano giù dal palco, facevano semplice ciò che semplice non era. La loro voce, mescolata ad altre voci.
Non so perché stia scrivendo ciò, in fondo su questo blog pubblico pochissimo. Sarà perché sto per partire per la Polonia. Torno nel mio amato Est, che ho trascurato per troppi anni. Ci torno in treno, come facevo un tempo, gli anni dell’Interrail, degli espressi che si fermano per ore alle dogane, delle facce premute sui finestrini mentre fuori il sole non ne vuole sapere di uscire. Vado a Varsavia, a leggere le poesie di un libro che è stato interamente tradotto in polacco da una bravissima studiosa di poesia italiana, Justyna Orzel. È buffo pensare che il libro sia stato tradotto prima ancora di avere trovato un editore nella sua lingua madre. Ma anche questo fa parte del periodo e del posto in cui viviamo: l’editoria di poesia, in Italia, non esiste più.
Il 19 ottobre sarò all’Istituto Italiano di Cultura, alle 19.30, per un incontro che rientra negli appuntamenti della “Settimana della lingua italiana nel mondo”. La notizia, QUI.
Il 20 ottobre parteciperò alla nona edizione dello Spoke’N’Word Festival, una rassegna internazionale dedicata alla poesia orale. Si inizierà alle 19, qualche notizia QUI.
So che la Polonia è lontana, però se foste in zona potreste fare un salto. E magari potremmo prendere assieme un treno, uscire dalla città, tenere i nostri nasi premuti sui finestrini, senza dirci nulla, o quasi nulla, in attesa che un po’ di sole venga, silenzioso, a farci visita.

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3 risposte a In Polonia a leggere poesie (ma non, spero, al mio ombelico)

  1. nacciluigi ha detto:

    grazie a voi (vedo questi commenti solo ora, scusate)

  2. carmine vitale ha detto:

    Grande Luigi e tutta ma poesia polacca

  3. gloria ha detto:

    sempre magico leggerti caro Luigi, grazie per aver citato i traduttori che fanno quello strano lavoro che si nota solo quando è fatto male. Buona lettura

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