Il Cammino di Santiago è di tutti

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Il Cammino di Santiago è di tutti. Nessuno di noi può metterci un cappello. L’unico cappello che ci è consentito è quello di paglia, sul sentiero, zaino in spalla e faccia rivolta a Ovest.
Con tali premesse va letto lo scambio (civile) di opinioni tra me e Luciano Callegari, gestore del popolare sito www.pellegrinando.it, sorto da una sua prima lettera indirizzata alla Compagnia dei Cammini (in particolare a Luca Gianotti e a me).

Camminare da soli? Camminare in gruppo? Camminare in un viaggio organizzato? Camminare con una guida? Sono alcune delle domande a cui proviamo a rispondere. Sono domande che investono tutti noi pellegrini appassionati della Via Lattea, che non prevedono  una risposta univoca. Prevedono, semmai, come il cammino ci insegna, l’origine di nuove domande.

Buona lettura.

L.


Primo messaggio di Luciano:

Ciao Luca, ciao Luigi,

leggendo la newsletter che mi è arrivata stamani mi è scappato l’occhio, fra i viaggi proposti dalla Compagnia dei Cammini, alla “Pasqua sul Cammino di Santiago”. Ho letto la pagina di presentazione, ho letto la presentazione di questa iniziativa.
Ci conosciamo solo da lontano e forse non dovrei affrontare questo argomento, forse non è il caso e dovrei farmi gli affari miei. Ma insomma, fra qualche dubbio e qualche imbarazzo, non so stare zitto e qualcosa vi voglio dire.

Non faccio la morale a nessuno, non divido il mondo fra buoni e cattivi, e neppure voglio fare il duro e puro. E infine non ho riserve mentali di alcun tipo rispetto alla attività che svolgete.
Però, lo confesso, vedere “gite organizzate” sul Cammino di Santiago mi disturba un poco.

Sarà che io da 12 anni mi dedico con assidua e disinteressata passione ad una attività di formazione / informazione sul cammino e che la gratuità di quello che faccio è per me implicita, direi quasi ovvia.
Sarà che io considero il cammino come una straordinaria opportunità che viene offerta alla gente comune (sottolineo “gente comune”, non camminatori) di fare un’esperienza forte, importante, unica, che in alcuni casi può anche segnare e anche cambiare la vita, ma che comunque lascia in chiunque l’abbia fatta un segno e una traccia importante e unica.
Sarà che nel mio sito e soprattutto nella corrispondenza che giornalmente ho con persone che vogliono organizzarsi il proprio cammino io consiglio sempre di partire soli, di lasciar perdere gruppi, ed anche amici e parenti.
Sarà che dico a tutti che il cammino è una grande occasione di libertà, perché lì non hai un nome, non hai un ruolo predefinito, non hai obblighi né identità e sei quindi quello che vuoi essere.
Sarà perché a tutti dico che il cammino è una scuola di vita, un viaggio nella essenzialità, dove impari quanto poco ti occorre per sopravvivere, come si possa fare a meno di tante cose che nella vita di tutti i giorni consideri importanti.
Sarà per tutto questo, e per altre cose che ancora potrei dire, ma vedere il Cammino a Santiago organizzato mi sembra che vada in direzione contraria.
Finché lo fa un’agenzia di viaggi … pazienza. Ma la Compagnia dei Cammini… forse potrebbe evitarlo.

Ma a che serve una guida se il cammino è ultrasegnalato, se ci sono albergues ad ogni paesino, se si incontrano hospitaleros che ti offrono una accoglienza spesso straordinaria e commovente, se le incognite e gli imprevisti ci sono, sì, ma sono legati alla propria temporanea debolezza, non ad un territorio sconosciuto, poco esplorato, ad un ambiente aspro e ostile, in mezzo a persone che parlano lingue sconosciute?
Magari la guida sarà bravissima: non è quello il problema. Ma certamente la sua presenza, assieme al fatto che esiste una organizzazione, che tutti sanno già cosa dovranno fare giorno per giorno, la realtà di un gruppo con le sue regole, i suoi equilibri, le sue tensioni, tutto questo esercita una mediazione fra la persona ed il cammino e toglie quindi spontaneità, genuinità, verità a quello che il cammino può dare.

Mi auguro che prenderete bene le mie parole, che costituiscono una riflessione, una richiesta di confronto di opinioni. Sono dette con serietà ma anche con il sorriso, e le ho dette a persone che, se pure non conosco personalmente, credo siano in grado di capire e valutare il mio punto di vista, se pure diverso.

Luciano


La mia risposta:

Caro Luciano,
seguo da anni il tuo sito, lo apprezzo, so l’impegno e la passione che ci metti.
Ci tengo a risponderti approfonditamente, perché le questioni che sollevi mi toccano molto.
Partiamo dalla base: sono un pellegrino. Dentro il Cammino di Santiago, perché molte volte l’ho percorso a piedi, e spero sempre di più fuori, nella vita di tutti i giorni.
Camminare lungo quelle strade mi ha aiutato a reindirizzare la mia vita, farle assumere una forma nuova. Anni prima era stata la scoperta della poesia a mettermi su una via impervia ma luminosa, quella che mi piace considerare come una via diretta alla compiuta realizzazione di un uomo, inteso come essere umano, dove “umano”è la parola che conta. Poi è arrivato il Cammino di Santiago, ed è stata una rivoluzione. Mi ha dato moltissimo, così ho deciso di “restituire” ciò che ho avuto in dono offrendo il mio tempo – quando posso – come hospitalero volontario.
Dal 2011 ho l’onore di fare parte della Compagnia dei Cammini. È un onore perché si tratta di un’associazione bella e seria, contraddistinta da ideali che condivido (la solidarietà, il rispetto per le differenze, per l’ambiente, per il silenzio, l’aspirazione ad uno stile di vita sobrio, l’amore per la lentezza), e quando mi ha chiesto di collaborare, occupandomi in special modo dei cammini giacobei, ho accettato con entusiasmo e timore (mi chiedevo, tuttora mi chiedo: “sarò in grado?”). Ed è pure un onore, nonché un vero onere, perché essere lì, proprio lì, non è come essere su un sentiero qualunque. L’Europa si è fatta anche in quelle terre, lì si è sedimentata una quantità incalcolabile di orme in cui noi oggi inscriviamo i nostri piedi minimi, leggende, riti, storie di persone, di popoli. Sono conscio di tutto ciò, cerco di essere all’altezza studiando libri sui pellegrinaggi europei, sulla Spagna, praticando la lingua, e allo stesso tempo “decifrando” in presa diretta il territorio, parlando abitualmente con chi lo abita e chi lo percorre, come te e me, da pellegrino.
So, ugualmente, che l’aspetto della ricerca individuale della propria strada è imprescindibile: cada uno hace su camino. Ciascuno deve affrontare le sue debolezze, i suoi desideri, mettere in gioco i dubbi, i talenti, le paure, sbagliare e imparare a chiedere un aiuto. Non esistono, checché qualcuno possa pensarlo, il pellegrino “buono” e quello “cattivo”. Non esiste il “turigrino”, come purtroppo spesso capita di dover sentire. Il Cammino ci insegna ad abbattere i pregiudizi, a scansare i manicheismi, a non fare distinzioni, è insomma un’incredibile livella: re di Spagna, attore cinematografico, scrittore, operaio, impiegata, pensionato, con o senza fede, con o senza allenamento, siamo tutti uguali nella marcia. Partiamo con le nostre pesanti identità granitiche, inquadrati socio-economicamente in base al nostro livello di formazione, il nostro lavoro e il nostro salario, e finiamo ugualmente sporchi, stanchi, felici.
Tu consigli di partire “soli”. Hai il diritto di farlo, però dovresti accompagnare il tuo consiglio con una precisazione: c’è chi parte da solo e dopo il primo giorno trova compagnia, chi parte in compagnia e poco dopo si ritrova a voler o dover camminare da solo. Ci sono tante storie di persone che si sono innamorate e addirittura sposate a Santiago, e storie di coppie che si sono separate. Non si può sapere prima di cominciare. Di solito uno parte con un’idea e la perde, è come se ti cadesse dalla tasca, forse qualcuno la raccoglierà, forse resterà nella polvere. In cammino si può essere solo fedeli a una cosa: al cammino.
Che male c’è se una persona non se la sente di partire da sola? Dobbiamo biasimarla perché ha paura, o si sente inadatta, o troppo vecchia, si sottovaluta? Dobbiamo impedirle di fare questa esperienza? Io credo di no. Credo che il cammino sia di tutti, come è sempre stato. L’importante è il rispetto reciproco, insieme alla consapevolezza di trovarsi in un fiume umano millenario. Ciò significa, ad esempio, che se accompagno un gruppo farò di tutto per non disturbare i pellegrini soli: sceglierò un periodo lontano dall’estate, o un tragitto meno battuto, onde evitare di invadere l’ostello, fare rumore la mattina nella preparazione degli zaini. E significa anche che, al di là delle convinzioni religiose di ciascuno, non potrò fare a meno di far visitare alcune chiese, accennare ad aneddoti di Santiago peregrino e Santiago matamoros, spiegare l’antico sistema dell’accoglienza data dai monaci, o la protezione fornita dai diversi ordini di cavalieri.
Non pensare che camminare in gruppo sia facile. Bisogna mediare, venirsi incontro, conciliare i bisogni di chi crede con quelli di chi è ateo o agnostico, di chi fa 6 km in un’ora e di chi ne fa 4, di chi ha condotte alimentari opposte, di chi è sano e di chi ha problemi di salute, di chi vorrebbe fare delle lunghe soste in silenzio all’ombra di un leccio e di chi vorrebbe farle scambiandosi opinioni al tavolo di una taverna. Camminare in gruppo vuol dire esercitarsi a diminuire il proprio io, e questo è sinceramente magnifico, un vero atto politico. Ma camminare in gruppo non vuol dire camminare sempre uniti, ognuno può ritagliarsi i propri spazi. Non si tratta di un battaglione, quanto di un gruppo di persone che liberamente decidono di fare un viaggio assieme ad altri. E non è una novità, il pellegrinaggio è sempre stato una dimensione complessa e variegata, fatta di solitari (uomini e donne), di coppie, di comitive, di interi villaggi, anche di gruppi di bambini (pensa che nel 1455 un gruppo di bambini pellegrinò a Mont Saint-Michel, contro la volontà dei genitori). Così come ci sono stati i pellegrini “vicari”, che hanno camminato al posto di altri, o i pellegrini-detenuti accompagnati dai tutori della legge, e poi pellegrini che sono stati derubati e hanno derubato, che hanno subito o commesso violenze… “chi va molto pellegrino di rado diventa santo”, recita un antico detto. Mi piace, perché sottolinea che siamo irrimediabilmente umani.
Tu parli, inoltre, di “gente comune”, contrapponendola ai “camminatori”. Faccio fatica a capire questo tuo passaggio. Credi forse che la Compagnia dei Cammini si rivolga agli alpinisti, ai maratoneti, agli sportivi medagliati? Noi includiamo, non escludiamo. Ogni viaggio è illustrato nelle sue caratteristiche tecniche, dimodoché ci si possa fare un’idea prima di partire. Ma c’è una regola fondamentale: camminiamo con il passo del più lento. Non si lascia nessuno indietro.
Ti chiedi a cosa serva una guida sul Cammino di Santiago, giacché il sentiero è segnalato, ci sono le strutture, ci sono gli ospitalieri. “A niente”, ti potrei rispondere, se la guida per te è uno che tiene in mano la mappa, prenota gli alloggi e i ristoranti. Ma quella che tu immagini non è una guida, è un automa. Io invece penso alla guida come a una persona capace di prendere 15 IO e trasformarli, dopo una settimana, in 1 NOI. Una figura che assomma in sé l’insegnante, lo psicologo, l’amico, lo studioso dell’arte e delle culture, lo studioso del paesaggio e della natura, il curioso impenitente. Fare la guida è un mestiere affascinante e faticoso. Soprattutto affascinante.
Camminare verso Santiago è paradossalmente assai difficile, proprio perché ci sono frecce gialle dappertutto, letti e tavole imbandite in abbondanza: quando sei in autostrada ti fermi mai a notare i particolari? Ecco, la guida per me serve a impedirti di viaggiare a 200 km/h. Una buona guida, infine, è quella che riesce, dopo qualche giorno, a far andare il gruppo da sé, come un organismo a se stante, compatto ma rispettoso delle singolarità, fino al momento in cui qualcuno dirà: “beh, oramai non abbiamo più bisogno della guida!”.
Caro Luciano, il tuo sito da anni dà informazioni preziose a chi decide di mettersi in cammino, è un progetto utile, spero che continuerai a farlo. Così come te, ci sono molte altre persone che fanno bene al Cammino di Santiago, alle quali dobbiamo augurare il meglio. Io, per conto mio, nel mio piccolo, spero di fare altrettanto. Che sia dando consigli a chi me li chiede, scrivendo articoli o racconti, facendo l’ospitaliere, o accompagnando gruppi, per me è la stessa cosa: sono azioni unite dalla medesima visione del mondo.
Il Cammino di Santiago ci insegna ad accomunare, non a dividere.
Un caro saluto,
Ultreya,
Luigi


Risponde Luciano:

Caro Luigi,
condivido tutto, o quasi, quello che ha detto. Hai espresso concetti che io stesso utilizzo: non perdo tempo quindi a sottolineare i punti che abbiamo in comune. Pochissimo ci divide e solo di quello vorrei parlare.
Prima però due precisazioni perché nella mia email non non ho potuto ovviamente essere esauriente su tutto.

Partire soli
A tutti dico: non cercare qualcuno con cui partire, soprattutto uno sconosciuto. Ma neppure una amico, un parente. Innanzitutto il cammino è lungo e prima o poi si manifestano le differenze, le diverse aspettative, le personali abitudini. La presenza dell’altro finisce per diventare un problema: tu ti vuoi fermare e lui vuole andare avanti, tu vuoi parlare con lui e lui si cerca altri, a te va bene tutto e lui invece mugugna su tutto… Ma c’è un altro motivo. Partire con qualcuno significa portare con sé un pezzo della propria casa, del proprio mondo. Significa partire con un’armatura che protegge a volte ma che impedisce anche di aprirsi, di accogliere, di relazionarsi.
Parti solo: vedrai che sul cammino ti troverai assieme a persone che lì sono venute da tutto il mondo per compiere la tua stessa esperienza. Vedrai come sarà facile fare amicizia, se lo vorrai. Vedrai come sarà facile unirsi a una persona, o a un gruppo, condividere il cammino, una sosta, la cena… Ma questi legami non saranno un peso perché non ci sarà nessun patto, nessun dovere: ti potrai unire e lasciare con semplicità, senza problemi. Così avviene sul cammino.
Questo dico, più o meno, e sono convinto che le amicizie, le relazioni che nascono sul cammino rappresentino una componente essenziale, a volte il più bel regalo che il cammino ci fa.
Concordo quindi con te, ma questa precisazione era essenziale.

Gente comune
Il mio accenno non era specificamente rivolto alla Compagna dei Cammini: non so chi siano le persone che frequentano i vostri cammini. Ci tengo molto, quando ne ho l’occasione, sottolineare come il cammino di Santiago sia aperto alla gente comune: li incoraggio li sprono a partire in modo consapevole ma prescindendo e superando i timori e i pregiudizi sull’età, sul sesso, sulla poca “fisicità”, sulla poca abitudine a camminare. Ci tengo a dire che tutti lo possono fare, che non ci sono tabelle e tempi da rispettare, che ognuno ha il diritto di interpretare il cammino a proprio modo, vivendolo come meglio ritiene. Non mi piace per nulla Coelho, ma trovo bellissima la sua affermazione “lo straordinario risiede nel cammino delle persone comuni”.

E chi non se la sente di partire solo?
Tre anni fa mi trovavo in un negozio. Una signora mi ha chiesto: ma lei è quel signore che va a Santiago? ma perché non organizza qualcosa? io e mia figlia ci vorremmo andare, è tanto che lo diciamo …
Questo episodio minimale mi ha fatto ragionare su quante persone vorrebbero andare ma per motivi vari, la disabitudine a viaggiare, l’età, le paure, il carattere, vorrebbero di qualcuno al quale appoggiarsi.
Senza tradire il mio pensiero ho pensato, e poi realizzato, una iniziativa che ho intitolato “in cammino … verso il cammino di Santiago”. Ho messo un avviso sul sito, ho raccolto le adesioni di una trentina di persone che ho invitato a Sarzana in una struttura che ci ha accolto. Un pomeriggio costituito da una presentazione del cammino, la sua storia, la particolarità, quello che può dare, ecc. Poi la proiezione commentata delle foto di un cammino, così da far entrare le persone nel clima del cammino e darmi la possibilità di spiegare meglio quello che avevo da dire.
Cena insieme e dormire assieme in lettini che mi ero fatto prestare dalla Protezione Civile: in questo modo volevo creare un ambiente che le persone avrebbero trovato sul cammino. Per molte era la prima volta che dormivano assieme ad sconosciuti.
Il mattino dopo un incontro più informale sugli aspetti pratici, domande e risposte, curiosità. Alla fine la conta di chi aveva ancora intenzione di fare un cammino di gruppo.
Ho poi stabilito il periodo, cercato i biglietti aerei per tutti, seguito da lontano le 8 persone che avevano aderito con consigli vari.
Siamo partiti assieme da Saint Jean Pied de Port.
Io ho camminato con loro sino a Logroño e poi sono rientrato in Italia. Alcuni hanno proseguito sino a Santiago, altri sino a Burgos, altri ancora sono tornati assieme a me.
Ho quindi anch’io una esperienza simile alla tua ma con importanti differenze. A tutti io ho detto e ripetuto: non sono una “guida”, non sono un “capogita”: sono un pellegrino come voi, un amico che ha più esperienza al quale potete appoggiarvi, se volete. Partiamo assieme ma se e quando qualcuno vuole staccarsi dal gruppo lo faccia senza problemi. Non sentitevi vincolati: siano un gruppo ma composto da individui liberi: nel momento in cui il gruppo o la presenza di alcune persone vi pesa staccatevi, seguite i vostri desideri.
Io mi sono ben guardato dall’essere protettivo: favorivo anzi le iniziative personali, incoraggiavo chi voleva andare per conto proprio. Ma raccontavo, rispondevo, cercavo di mettere le persone a proprio agio.
In realtà siamo arrivati a Logroño tutti assieme, ma per volontà e con il piacere dei singoli, non per vincoli e doveri.
Io non ho chiesto alcun compenso: mi sono pagato tutto, viaggio e mangiare e dormire. Inizialmente era mia intenzione chiedere un semplice rimborso delle spese vive, poi ho rinunciato perché ero e mi consideravo un pellegrino come gli altri.
Ho ripetuto la stessa esperienza l’anno scorso.
Ti ho raccontato queste cose non per contrapporre il mio modello al tuo e dire che quello è il modello da seguire. L’ho fatto per condividere con te la mia esperienza e per dirti che anch’io ho affrontato i problemi che tu mi hai raccontato.

In conclusione voglio ribadire l’essenza del mio discorso, quello che stava alla base della mia precedente email.
Non mi piace fare il Don Chisciotte, il duro e puro che rimpiange i gloriosi tempi passati e disdegna la corruzione ed il degrado attuali. Mi rendo conto che il mondo cambia e che no ho certo io la possibilità di fermarlo.
Tuttavia non rinuncio a dire la mia opinione e cerco, con la coerenza che mi è possibile e con la testardaggine di cui sono fiero, di fare passare una idea, un approccio al cammino che sia esente da interessi economici, dove chi opera in questo mondo lo faccia con gratuità, con disinteresse, animato solo dalla passione: lo stesso che fai tu quando decidi di prestare la tua opera di hospitalero.
Che poi la Compagnia dei Cammini progetti e gestisca cammini di altro tipo in altri luoghi questa è un’altra questione sulla quale non ho alcuna obiezione: anzi! Ma sul Cammino no … questo non lo vorrei.

Un abbraccio a los dos.

Luciano


Rispondo io:

Caro Luciano,

anch’io credo che poco ci divida. E sono contento dei toni pacati del nostro scambio. Ora provo a risponderti nei singoli punti.

Partire soli: sono d’accordo con te quando scrivi che “partire con qualcuno significa portare con sé un pezzo della propria casa”. Ti confermo che nella stragrande maggioranza dei casi le persone che si iscrivono ai viaggi della Compagnia dei Cammini lo fanno da sole, e quindi si ritrovano a camminare fianco a fianco con degli sconosciuti, gli stessi che potrebbero incontrare il primo giorno nell’albergue di Roncisvalle, o Oporto, o Oviedo. Aggiungo una cosa: a me non piace l’idea del gruppo “granitico” (né in cammino, né nella vita di tutti i giorni), preferisco il gruppo aperto, che si apre alla conoscenza degli altri, siano camminatori incontrati per la via o abitanti del luogo. Il gruppo non deve in nessun caso essere visto come una corazzata, uno strumento di difesa, deve piuttosto ispirarsi alla leggerezza, alla valorizzazione delle differenze, al rispetto per gli ultimi (mi ripeto perché è importantissimo: “camminare con il passo del più lento”), essere in definitiva un luogo in cui mettere in discussione la propria identità e in cui accettare il confronto, un luogo di crescita.

Gente comune: sono d’accordo. L’ho spiegato anche nella prima lettera, ma posso ampliare il discorso. Ho accettato di entrare nella Compagnia perché ne sposo i princìpi, e tra questi c’è l’inclusività. Io stesso non sono un alpinista, né un maratoneta, sono una persona comune che ama camminare, ancora di più: che ama il pellegrinaggio in quanto metafora della vita. È stato il Cammino di Santiago ad amplificare in me l’amore per il camminare, e non viceversa. Fare il Cammino di Santiago non è fare un trekking, è molto di più, lo sappiamo. Quel “di più” ha a che fare con tutti noi, con le domande che attecchiscono nel nostro cervello e nel nostro stomaco, domande semplici, ma fondamentali, che investono il nostro essere qui, con i piedi sulla terra, per un brevissimo lasso di tempo, anche se ce ne dimentichiamo. Camminare un mese fino a Santiago è come vivere 100 vite, partire con 10 domande e arrivare in fondo con 1000. Sono quelle domande a porre sullo stesso livello tutti, dalla pensionata sedentaria al campione di triathlon. Andrei oltre alla definizione di “gente comune” e userei quella di “uomini”: il Cammino di Santiago è aperto a tutti gli uomini (da soli, in compagnia di altri uomini, o in compagnia di animali, ad ogni modo tutti in compagnia di un grande numero di domande).

Anch’io organizzo cammini senza compenso. Ogni anno, ad esempio, ne organizzo uno, assieme ad altri amici, verso Venezia, nella settimana tra il 25 aprile e il 1 maggio. Lo sai perché anni fa segnalasti il nostro blog sul tuo sito. Ripercorriamo le antiche rotte dei pellegrini che si dirigevano a Venezia per proseguire a Roma, Santiago, o imbarcarsi verso Gerusalemme. È un cammino al quale può unirsi chi vuole (ovviamente fino ad un certo limite, per problemi logistici), senza tirare fuori dalla tasca un solo euro. Ed è un’organizzazione complicata, come puoi ben immaginare, perché quelle del Nordest sono terre disabituate ai pellegrini e ai viandanti, per cui molti mesi vanno via nell’individuazione del tragitto e nella creazione della rete di ospitalità (chiediamo accoglienza ai Comuni, alle parrocchie, alle associazioni, alle famiglie). È, a mio parere, un progetto civile: stimolare all’accoglienza dello straniero e del povero, segnalare i disastri del territorio, diffondere la cultura del pellegrinaggio come forma di conoscenza del mondo e di se stessi, come modello di vita sobria, al di fuori del circuito del consumo. Gratuitamente do anche, e mi capita spesso, consigli e aiuto a persone che vogliono mettersi in cammino, soprattutto verso Santiago o verso Roma. Con la stessa filosofia porto i gruppi sul Cammino di Santiago: i medesimi valori, dal primo all’ultimo. In questo caso, tu dirai, c’è un compenso. Ma quale compenso? Tutti i compensi sono uguali? Credi veramente che una persona si possa arricchire con un’attività del genere? C’è una bella differenza tra guadagnarsi il pane onestamente e sopraffare gli altri, non facciamo di tutta l’erba un fascio. Per portare a camminare un gruppo bisogna conoscere bene un territorio, bisogna cioè esserci andati molte volte, avere speso tempo e denaro. Un analogo discorso può essere fatto per gli albergues a pagamento e quelli ad offerta: perché demonizzare, come spesso viene fatto, quelli a pagamento? Tranne qualche cattivo esempio (ma le persone disoneste sono dappertutto, no?), si tratta di strutture allestite da persone innamorate del Cammino, che per pochi euro danno la possibilità di essere accolti. Credi che uno si possa arricchire facendo dormire 20 pellegrini a 8 euro? Calcola le tasse, le spese dell’acqua, del riscaldamento, le pulizie, calcola inoltre che il passaggio massiccio avviene da maggio a settembre. E i restanti mesi dell’anno? Ci sono proprietari di albergues che tengono le porte aperte anche d’inverno, andando in perdita. Io non ci trovo nulla di male nel loro lavoro: sono al servizio dei pellegrini, esattamente come gli onesti proprietari di bar, ristoranti, negozi di frutta e verdura, tutti coloro che vivono grazie al Cammino e che, a loro volta, danno vita, linfa al Cammino. Non conta ciò che fai, ma come lo fai. Sono i valori che contraddistinguono il nostro stare nel mondo a renderci degni.

Per quanto riguarda l’altro aspetto che tratti, quello delle caratteristiche della guida, posso dirti che mi comporto come te: sul Cammino di Santiago non voglio essere considerato una guida, né un capo-gita, bensì un pellegrino. Non voglio in alcun modo essere, come scrivi, “protettivo”, semmai mettere tutti nella condizione della non protezione, perché solo in essa risiede il seme del cambiamento: non faccio il tour operator, io cammino, e quando accade in gruppo il più delle volte mi trovo in fondo, qualche volta in mezzo, quasi mai in testa. Come ho già detto, mi piace l’idea del gruppo che, dopo qualche giorno, è in grado di andare da solo, quasi dimenticandosi della mia presenza. Non è facile, ma è un obiettivo al quale punto, ci puntavo anche quando, in passato, insegnavo a scuola. Far scomparire progressivamente l’ego, far emergere l’odore della terra. La terra ha a che fare col “noi”.

Concludo prendendo una tua frase: “non mi piace fare il Don Chisciotte, il duro e puro che rimpiange i gloriosi tempi passati e disdegna la corruzione ed il degrado attuali”. Il degrado e la corruzione fanno parte di questo mondo, sono sempre esistiti, anche sul Cammino di Santiago. I diari antichi dei pellegrini testimoniano situazioni di tutti i tipi, dalle camerate promiscue in cui si consumavano atti sessuali ai furti, dalle violenze verso donne alle truffe operate dagli osti o dagli ospitalieri (mi vengono in mente le “lusinghe e le astuzie” messe in atto dagli albergatori di Ferrara, che si inoltravano fin oltre il Piave per convincere i pellegrini a deviare il cammino per ospitarli, a pagamento, nelle loro locande). Non mi piace mai parlare di purezza, lo reputo pericoloso, la Storia ce lo insegna. Essere umani vuol dire essere impuri, contraddittori, pieni di dubbi. Cammino perché, camminando, oppongo l’umano al disumano.

Spero di essere riuscito a farmi capire. Ti auguro buon cammino, ovunque sia,

Luigi

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