La famiglia, il molo, la solitudine dell’autore

Che sia chiaro: una volta un post del genere l’avrei pubblicato in un blog letterario, ma oggi i blog letterari non esistono più (convincimi del contrario, avrai una cena pagata).

Mi chiamo Tizio Caio, ho pubblicato qualche libro, scritto articoli, saggi e bla bla. Tu che mi leggi hai fatto altrettanto. Credevo che un giorno la letteratura mi avrebbe dato da vivere. Non sapevo esattamente come, ma lo speravo. Insegnando, facendo ricerca, mettendo a posto archivi, pubblicando, roba del genere. Tu hai sperato altrettanto. Poi non ci ho messo molto a capire che non sarei mai vissuto di letteratura. Non occorreva essere un genio per rendersene conto, difatti io non sono un genio. Nemmeno tu, forse. Quindi mi sono inventato una serie di lavori per campare. Tuttora me li invento, ce li inventiamo entrambi. / Avvertenza: non troverai citazioni dotte in questo post. / Alcuni dei nuovi lavori che mi sono inventato per campare mi piacciono pure. Non mi permettono di accedere a un mutuo, ma si può vivere anche senza mutuo (dillo ai tuoi amici, se te ne sono rimasti). Voglio parlarti di un’altra cosa. Tu ed io scriviamo. Lo facciamo nel tempo che decidiamo di sottrarre ad altre attività. Nuotare, passeggiare, cucinare, ballare, fare l’amore, dare abbracci, eccetera. Scriviamo perché ne sentiamo la necessità. Se non sentissimo questa necessità, non scriveremmo. Anni fa avevamo il bisogno di confrontarci con altri, discutere, farci criticare, criticare, mettere le nostre poetiche l’una contro l’altra. Le poetiche sono sempre l’una contro l’altra, come in guerra. / Questa non è una citazione. / Abbiamo pubblicato perché qualcuno ha deciso di pubblicarci.  Abbiamo partecipato a convegni, festival, letture negli scantinati, nei teatri, perché qualcuno ha deciso di invitarci. Abbiamo invitato anche noi, perché ci piaceva l’idea di rivedere poeti e scrittori che non vedevamo da tempo. O di ascoltarli per la prima volta. Soprattutto ci piaceva l’idea di mangiare e bere con loro, di camminarci assieme all’alba, su qualche molo desolato, immaginando come sarebbe sorto il sole quel giorno. Il sole non sorge sempre allo stesso modo. / Questa non è una citazione. / Poi qualcosa si è rotto. Tu, io, gli altri, i moli sono affondati, non lo so. Oggi io mi sento un autore solo. Tu, dimmi, come ti senti? Oggi non so più a chi rivolgermi, chi chiamare di notte, quando l’insonnia mi costringe a pensare. Quando finisco un libro, penso che dovrei spedirlo a qualcuno. A volte lo faccio. Lo spedisco prima a qualche amico, e qualcuno risponde (non tutti, d’altronde nemmeno io rispondo a tutti). Poi lo spedisco a qualche editore, e quasi nessuno risponde. Siccome quasi nessuno risponde, la prima cosa che penso è che il libro che ho scritto faccia, anzi no: fa schifo. Talmente schifo da non meritare nemmeno una risposta. Per un esordiente, cioè uno che non si è ancora confrontato con il pubblico, questo pensiero può essere utile. Avvilente, ma utile. Per uno, invece, che si è già confrontato con il pubblico, questo pensiero è avvilente, e basta. Credevi di essere entrato in una grande famiglia, invece no. Quando eri un esordiente, tutte le opere che avevi in testa erano accanto a te. Accanto a te c’erano anche molti altri esordienti. Non eri mai solo. Oggi sì, oh sì, sei solo. / Questa non è una citazione. / Molti degli esordienti che erano con te, non ci sono più. Molte delle opere che erano nella tua testa, nemmeno. Molti di coloro che organizzavano, non organizzano più. Molta, moltissima gente non c’è più. Continui a pensare alla letteratura come ad una famiglia numerosa, riunita attorno ad una tavola apparecchiata poveramente, sulla cima del molo, la domenica pomeriggio. Si solleva più di qualche calice, ci si parla, si è discretamente felici, quando si avvicina il tramonto si fa silenzio. Parlare il meno possibile, di fronte al tramonto. / Questa non è una citazione. / Oggi a tavola sono solo. Parlo a qualche gabbiano. Digerisco male. Non aspetto il tramonto, né l’alba. Strappo le pagine dei miei libri, le consegno al mare. A voce alta saluto le onde. La bora mi spinge fino a casa. La mia casa è una casa in cui nessuno si sente a casa. / Questa sì, è una citazione, vai su google. / Sono un autore solo. E tu?

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10 risposte a La famiglia, il molo, la solitudine dell’autore

  1. nacciluigi ha detto:

    caro marco, empatia è la parola giusta. grazie

  2. marcosimonelli ha detto:

    Ciao Tizio Caio. Empatia. Io più che autore solo mi sento f/autore solo. Forse è anche peggio perché il rischio è finire per sentirsi creatori-dio (con ovvii deliri totalitari, spero non mi capiti). Della mia autorialità importa il giusto, come della mia autorità (ne esercito un po’ su me stesso quel tanto che basta). Mi sarebbe piaciuto sentirmi come un propagatore, un portatore (sano o insano) di contaminazione virulenta ma sembra che tutti abbiano fatto il vaccino. Oppure sono io che sono rimasto al di qua di un preservativo mentale e non vedo possibili infestazioni? xxx m.

  3. Pingback: La famiglia, il molo, la solitudine dell’autore | Il cammino di Santiago

  4. nacciluigi ha detto:

    caro sempronio – ovvero mio caro grande amico – tu non sarai sul molo a mangiare con me. perché già da anni sei con me, ed io gioiosamente con te, a mettere una pietra sopra l’altra, per costruirlo, il molo. saremo così stanchi, quando l’avremo finito (lo finiremo, vedrai), che ce ne andremo ben prima del tramonto. soli e in cammino sulla via di casa, senza il bisogno di dirci niente.

  5. Anonimo ha detto:

    Caro Tizio Caio, mi chiamo Sempronio,
    non ho mai scritto saggi, non sono nemmeno riuscito a laurearmi, non ho avuto disciplina, volontà, metodo (se non una cocciutaggine ed una vena di romanticismo ideale nell’inseguire sempre l’amore) e desidero tanto che qualcuno – anche falsamente . mi dica che sono “un grande” un giorno, solo per farmi contento, ma non è ancora successo (per fortuna, perché:) io sogno ad occhi aperti tu invece lavori ogni giorno instancabilmente per quel(lo che) sogno e quando ti ho scelto come amico è stato anche perché parlare con te o starti accanto significava poter stare dentro una dimensione letteraria,che è una dimensione che amo e che significa “ricchezza”.
    Non posso sapere se ti stia dando lo stesso e forse nemmeno lo voglio sapere ma nella nostra solitudine trovarci a camminare con della “strana gente” su nei boschi di domenica o per lunghi altipiani sotto i Pirenei, ha creato giuste coincidenze. Diceva qualcuno l’altro ieri che fare letteratura non è come la terra e sassi (o forse lo diceva) od una bambina di pochi mesi (o forse lo diceva) ma so che qualcosa l’altro ieri s’è incarnato e si incarna tutti i giorni dentro i fatti della vita. Non è un lavoro la quotidianità, ma è parte del nostro spirito in cui splendono ancora ed è possibile ritrovare le giuste coincidenze. Ed i buoni autori.
    Se oggi la tavola è vuota, stasera chiama a raccolta, vedrai che lì dove c’è un pezzo di pane ed un piatto di brodo, qualcuno puro di cuore pasteggerà con te. Io se mi chiamerai ci sarò, magari anche solo ad ascoltare.

  6. nacciluigi ha detto:

    cara cri, tu lo sai che una parte di me è rimasta a pécs. è una città che amo, dove vive gente a cui ho voluto e voglio molto bene, che non vedo da anni. il tuo sogno è bello. e sapere che ha preso corpo lì, proprio lì, lo rende ancora più bello. con questo sogno – grazie – me ne vado a dormire stanotte… ti abbraccio

  7. Cristina ha detto:

    Oggi ero seduta su un bus che mi stava riportando a Pecs e mi è venuto un pensiero. Così dal nulla, con lo sguardo perso in tutto quel verde pannonico che mi stava attorno. Ho banalmente pensato a che cosa farei se diventassi molto ricca da un giorno all’altro.
    Allora ho iniziato a immaginare di poter regalare delle casette in legno ad alcune persone alle quali voglio bene. Erano delle costruzioni semplici, piccole, spartane, un po’ come le casette della campagna ungherese che ho visto in questi giorni (ecosostenibili però). Tutte vicine, a formare un piccolo villaggetto sul Carso. Un villaggetto con degli spazi comuni ma con entità private e distinte, ognuna con la sua privacy. Le casette non sarebbero di proprietà, pensavo, così uno non le può vendere. Le può solo utilizzare se e come vuole vita natural durante, senza fare mutui e senza pagare niente, per poi lasciare la stessa possibilità in eredità a chi gli pare.
    Non sono tante le persone che ho immaginato a vivere in questo villaggetto, per una serie di motivi che ho lucidamente passato in rassegna e che qui non mi dilungherò a elencare. Però ho immaginato che, magari condividendo in maniera sporadica e/o casuale alcuni spazi comuni, spontaneamente, queste persone – noi – avrebbero potuto, forse, a volte, creare qualcosa di bello insieme, fosse anche una dignitosa cena comune.
    La tua casetta Gigi era piccola come le altre, ma aveva un sacco di lunghe mensole in legno, come la mia. E’ stata una delle prime che ho immaginato, forse la prima. Mi chiedevo anche se, spostandoti dalla tua casa attuale, che è più grande delle casette che immaginavo, ti saresti trovato bene lo stesso con tutti quei libri.
    Ecco, questo mio pensiero banale di oggi volevo raccontarti. Per quel che conta, certo, di fronte a un pasto solitario da autore avvilito, o alle scarse probabilità che io diventi molto ricca. Ma tant’è. Brindiamoci presto sopra.

  8. Anonimo ha detto:

    wow! non sono una scrittrice, ma a volte sono sola pure io. Mi chiedo com’è possibile se siamo tutti un UNICO e SOLO U:N:O:?? Poi mi ricordo di aver iniziato IO a leggere questa versione del nostro racconto…racconta una storia diversa e vivrai un diverso presente.. 😉

  9. nacciluigi ha detto:

    lance, c’eri anche tu, nella tavola fantasticata, sulla cima del molo

  10. Anonimo ha detto:

    Amico mio lontano, ma amico, non mi ricordo quale di quei filosofi francesi che andavano di moda quando noi si calpestava le polverose stanze avesse con sussiego parlato della solitudine: del poeta, del morente o di chissachi… so solo che mi annoiavano a morte. Invece il gabbiano è conversevole nella maniera corretta, e così anche la bitta corrosa, un po’ meno la rosa dei venti perché pretende di avere ragione. (Lance)

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