Pavese, ovvero la poesia che persiste

Ho comprato Le poesie di Cesare Pavese nel 1998. Einaudi, con una corposa introduzione di Guglielminetti. Avevo 20 anni. È il libro che ho riletto più volte in vita mia. Continuo a rileggerlo, continuo a sottolineare, continuo a scoprire cose nuove. Continuo a non capire, continuo a commuovermi.

Lavorare stanca, ad esempio: più rileggo, più mi accorgo di non riuscire a impararne un solo verso a memoria. Come se il mio cervello, rifiutandosi di memorizzare, mi obbligasse a tornarci, periodicamente. Non credo sia un caso. Credo abbia a che fare con il metodo di costruzione dei ritmi e delle immagini, con quei nuclei ossessivi che si ripetono senza sosta e che Pavese chiamava, ne Il mestiere di vivere, “gangli della composizione”. Sono testi ipnotici, nenie che girano intorno a sentenze improvvise, una musica che ti entra nella testa e non ti molla.

Fortini diceva, alla fine degli anni ’50, che una nuova metrica si stava formando in Italia, e che il primo ad averne dato uno schema era stato Pavese. Tutta la varietà di rapporti tra metro e ritmo, diceva anche – giustamente – Fortini, è “indizio e strumento rivelatore dei rapporti reali, obiettivi, fra gli uomini”, possiede una “funzione catartica e propriamente etica”. Ecco, il battere incessante dell’anapesto (sporco) di Pavese ci dice ancora oggi del nostro essere in marcia e claudicanti al tempo stesso, ingabbiati, soli, desiderosi di contatti umani, di corpi che uniti ad altri corpi possono originare mutamenti, ribaltare le prospettive.

In questi giorni in cui il tema del lavoro è tornato sulle ribalte, leggere Pavese ti aiuta a uscire dal vortice della propaganda. Vedo Fornero, Marcegaglia, Camusso, Monti, Alfano, Bersani, Casini, e tutti gli altri burattini del teatrino amatoriale che infestano questo Paese, e non riesco a non opporre ai loro volti inutili il volto dell’eremita di Paesaggio, che “un lavoro l’ha fatto: / sopra il volto annerito ha lasciato infoltirsi la barba”. Non riesco a non sentirmi parte di quel ‘noi’ che “siamo nati per girovagare su quelle colline, / senza donne e le mani tenercele dietro alla schiena”. Più i burattini mi dicono che devo lavorare di più, produrre di più, più mi sento simile a Masino, che osserva andare in pezzi “tutti i manifesti attaccati ai muri, / che presentano sopra uno sfondo di fabbriche / l’operaio robusto che si erge nel cielo” e bestemmia, non riesce più a guardare in faccia nessuno, si stende la sera nei prati, “canta per niente / ogni volta che ha voglia”. Più i burattini mi dicono di lavorare di più, più io cammino, come faceva Pavese nelle Langhe, entro nelle osterie, mi affratello con i viandanti che godono del proprio tempo.

Quando avevo 20 anni, pensavo che Pavese fosse il più grande poeta del ‘900 italiano. Ora che ho 34 anni, penso che Pavese sia il più grande poeta del ‘900 italiano. Pavese mi ha insegnato molte delle poche cose che so sulla poesia, mi ha convinto a scrivere, mi ha spronato a camminare, mi ha confortato nelle sere scure, mi ha spiegato che si può sperimentare senza diventare dei vani sperimentatori, e mi ha detto, soprattutto, che la poesia parla dell’uomo e all’uomo.

Insomma, la poesia di Pavese continua a dirci, a indicarci, a lasciare tracce, persiste e insiste sulle nostre vite, per molte ragioni, e di quelle molte ragioni tenterò di parlare il 29 marzo, alla Biblioteca civica di Lissone. Non potrò elencarle tutte in un’ora, ma proverò a convincervi, se ancora non la pensate come me.

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