Anomalia Trieste. Traiettorie inedite per una città in transito

(un mio articolo apparso su “il manifesto” del 31 marzo 2011)

Anomalia Trieste
Traiettorie inedite per una città in transito

Città che rode il fegato per Joyce, senza passato e gestita da ciurme di speculatori per Marx, polveriera per Marinetti, mentre Montale, in una visita, domandava se la sua gente si odiasse ancora così tanto. Gli aneddoti su Trieste si sprecano, e tutti concorrono ad alimentare il mito della città diversa, che attrae e respinge, dalla quale si vuole fuggire ma nella quale volenti o nolenti si fa ritorno, perlomeno per essere seppelliti nel cimitero di S. Anna, che da più di 150 anni accoglie indistintamente cattolici, ebrei, protestanti, greco-orientali, serbo-ortodossi, musulmani, oltre a soldati di molte nazionalità morti tra la prima e la seconda guerra mondiale. Nonostante il cimitero sembri essere oggi il luogo più cosmopolita e vivace della città, ridotta ad appendice del profondo Nord-Est, il suo fascino persiste nell’avere presa su scrittori di ogni genere e generazione. E anzi, a giudicare dal numero di libri usciti (o ristampati) negli ultimi mesi, si direbbe che subisca oggi un’ulteriore impennata, al punto da dare vita a un piccolo filone editoriale a sé.

L’immagine della Trieste-necropoli, coniata da Ugo Pierri negli anni ‘90, calza a pennello per L’imbalsamatrice (Gaffi, 2010) di Mary Barbara Tolusso, autrice con alle spalle già significativi volumi di versi, all’esordio narrativo. Un romanzo di formazione in cui si mescolano con perizia ingredienti del genere erotico, pornografico, pulp, e sul cui sfondo si staglia una città di vecchi, claustrofobica, imprigionata in un passato di cui non si riesce a liberare. «Solo a Trieste può sopravvivere il grande mito dei morti» afferma la caustica N., il personaggio femminile attorno cui ruota l’intera vicenda, una giovane donna che divide il suo tempo tra maquillage di cadaveri in un’agenzia di pompe funebri e incontri sessuali occasionali con donne incontrate sul web o al bar, pur essendo innamorata di un uomo. Attraverso un estremo gioco di specchi eros-thanatos, Tolusso ci parla del corpo senza pudori, di corpi fatti a pezzi dalla solitudine, dalla violenza, dai pregiudizi. Ci dice che l’amore, o meglio, l’affetto – eterosessuale, omosessuale, bisessuale – può tentare a ricomporre quelle fragilità.

Pulsione di morte e irrefrenabile desiderio sessuale dominano anche La dura spina di Renzo Rosso, uno dei capolavori della letteratura triestina del secondo Novecento, pubblicato nel 1963 grazie all’interessamento, tra gli altri, di Gadda e Bassani, e ristampato da poco (Isbn, 2010). Ermanno Cornelis, concertista di fama internazionale, torna nella sua città d’origine nel dicembre del ’45 sulla soglia dei sessant’anni, covando i primi segni di una malattia che lentamente si fa strada nella sua vita, assieme al ricordo della madre e ad una vecchiaia incipiente che egli contrasta affidandosi pienamente all’eros e alla musica. L’amore verso una sua giovane allieva e una Trieste cupa, «medioevo di violenze», che cela al suo interno un’altra città, quella delle origini e della famiglia ormai perduta, divengono così le fondamenta su cui Rosso costruisce la sua potente sinfonia melanconica e dissonante («romanzo musicale» lo definì Attilio Bertolucci nel saggio che accompagnava la ristampa edita da Garzanti nell’89).

Ancora eros, e ancora Trieste, nel terzo capitolo della trilogia sul personaggio di Stefano Marcovich, La città di Miriam di Fulvio Tomizza (apparso nel 1972, è stato ristampato nel 2010 da Marsilio). Romanzo psicanalitico venato da continui conflitti: si oppongono le origini istriane e campestri del protagonista alla città spiccatamente borghese, la sua incontrollabile smania di appagamento sessuale alla fedele e disarmata presenza della moglie Miriam, la realtà e il sogno (al punto da non essere più distinguibili). Come nota bene Marco Franzoso nella prefazione al volume, si tratta di un nomadismo erotico che rivela un nomadismo culturale e identitario, la ricerca di un corpo estraneo in cui affondare. Il porto sicuro in cui sperare di approdare e gettare le ancore è Miriam, la donna idealizzata di cui Stefano si innamora leggendone i diari, l’agognata e impossibile catarsi. Proprio come Trieste, luogo di transito aperto a genti di ogni sorta, senza che nessuno, sostiene Stefano, riesca a «conquistarla interamente».

L’altro cardine delle scritture triestine, la frontiera, emerge con tutte le sue contraddizioni nel romanzo postumo di Stelio Mattioni, Dolodi (Zandonai, 2011). Scritto nel 1982 e in linea con le sue migliori opere precedenti, il romanzo risucchia il lettore in un’atmosfera sospesa, in cui tutto pare immobile fuorché un generico confine a separazione tra due Stati di cui non sappiamo nulla, se non che uno dei due ha perso l’ultima guerra. Emilio e Giuliana, i due nuovi proprietari di una casa – un simbolo-chiave nella poetica dell’autore – situata su un misterioso altipiano, non solo non riescono a mandare via l’ex proprietario, lo squattrinato Dolodi, ma subiscono la presenza minacciosa della frontiera, che notte dopo notte si avvicina, come una sorte ineluttabile. Con la maestria e l’originalità che già Calvino gli aveva riconosciuto agli esordi, Mattioni trasforma un’anonima casa in una Fortezza Bastiani incantata e maledetta, avamposto cruciale per analizzare i travagli psicologici dell’uomo che si illude di poter determinare e circoscrivere la propria identità.

Si sposta sui bordi scivolosi della frontiera anche L’antenato sotto il mare (Guanda, 2010) di Pietro Spirito: non un romanzo né un saggio storico, piuttosto un raffinato reportage che conduce il lettore sui fondali del Golfo di Trieste, costringendolo a confrontarsi con la propria caducità, prima ancora che con le imprevedibili epifanie della Storia. Nelle sue immersioni alla scoperta di relitti affondati nel corso dei secoli, Spirito avvicina i nostri sguardi alle rovine, «richiamo a ciò che siamo e saremo». Il sottomarino monoposto Molch, fallito esperimento tecnologico nazista, ci ricorda che ciascuno di noi naviga da solo nell’oscurità, così come lo scheletro del piroscafo Baron Gautsch incarna la metafora del tramonto dell’Impero Austro-Ungarico. Una memoria sommersa che non dobbiamo avere paura di affrontare, nell’affannoso ma necessario recupero di una storia, o di una Storia, che ci appartenga.

Di frontiere, di morte, di soprusi disumani e di riscatto ci parla Piazza Oberdan, del più volte candidato al Premio Nobel Boris Pahor (nuova dimensione, 2010). Un intensissimo zibaldone storico-letterario in cui confluiscono articoli, appunti, fogli di diario, passaggi di racconti, deposizioni di giovani combattenti sloveni fatti prigionieri dai nazifascisti (tra cui quella estorta a Franc Kavs, l’uomo che nel ’38 avrebbe dovuto attentare alla vita di Mussolini). Partendo da una piazza triestina che porta il nome dell’irredentista – di madre slovena – che rinnegò la lettera k del proprio cognome, convertita in quartier generale della Gestapo, Pahor intreccia la propria vita a quella dei coraggiosi sloveni che hanno lottato contro un regime che li voleva annullare, considerandoli alla stregua di cimici («je suis une de ces punaises», affermò con orgoglio alla radio France Culture), o a uomini come il monsignore friulano Luigi Fogàr, che rifiutò di benedire il sacrario nazionalistico di Oberdank. Un libro oltremodo necessario, perché svela al grande pubblico di lingua italiana pagine rimosse di un passato scomodo, rimarcando la rilevanza della letteratura nell’impervio tragitto di affermazione di un popolo.

Il viaggio nelle – innumerevoli – guide triestine non può che procedere da quello che è diventato in pochi anni un ‘classico’ (accanto a un altro long-seller imprescindibile: Jan Morris, Trieste. O del nessun luogo, Il Saggiatore, 2003), ovvero Trieste sottosopra di Mauro Covacich (Laterza, 2006; nel 2010 è apparsa l’ottava edizione). Covacich vuole ribaltare la stereotipata città imperiale e “italianissima” proponendo l’effigie di una «Napoli del Nord», dinamica, edonista, contraddistinta da un «vitalismo moderno un po’ easy going, alla californiana». Lo fa passando in rassegna, accanto a topoi quali la Riseria di San Sabba, le foibe, i caffè storici, la bora, i rilucenti frammenti di una città in salute e da riscoprire, come ad esempio i ricreatori, modelli esemplari di laicità, o la riviera barcolana, teatro marino di veri e propri riti di iniziazione.

Godereccia è anche la città illustrata da Veit Heinichen e Ami Scabar in Trieste. La città dei venti (e/o, 2010). Il sottotitolo più opportuno sarebbe forse la città dei gusti, visto che sono i vini del Carso, gli oli della Val Rosandra, i piatti della tradizioni locale – con tanto di ricette confezionate dalla ristoratrice Scabar – a dare il la al racconto. Una deliziosa guida-menù insomma, non priva dei bar e dei ristoranti preferiti da Proteo Laurenti, il commissario meridionale trapiantato a Trieste che ha reso celebre la penna dello scrittore tedesco.

Scritta con altri occhi è la Guida sentimentale di Trieste curata da Gabriella Musetti (Arbor Librorum, 2011), poetessa e saggista che ha coordinato, presso la locale Casa Internazionale delle Donne, un laboratorio mirato a far narrare la città da voci di donne con alle spalle storie di disagio e di violenza. Il risultato è un mosaico composito, tracciato fuori dai luoghi comuni, dove ogni via acquisisce senso perché depositaria di un ricordo vivido e personalissimo, riallacciandosi idealmente alla mappa poetico-sentimentale che tratteggiò Biagio Marin negli anni ’60 in un volumetto edito da Scheiwiller.

La città rivive poi in un filone purtroppo poco studiato in Italia, quello dei graphic novel. È il caso di Diario italiano 1 (Coconino Press, 2010) scritto e disegnato da David B., strepitoso autore di fumetti d’Oltralpe. Un grand tour surreale quello dell’autore de Il Grande Male, che parte da una Cittavecchia popolata di gatti, topi e proiezioni oniriche atte a smembrare il concetto di realtà. Romanzo grafico degno di nota è pure La porta di Sion (BD, 2010) di Walter Chendi, i cui riflettori si accendono sulla città dopo l’annuncio della promulgazione delle leggi razziali fatto da Mussolini in Piazza Unità.

Una delle fotografie più forti di Francesco Penco. Trieste e Fiume in posa (Comunicarte, 2010), pregevole volume curato da Claudio Ernè con Paolo Possamai, ritrae per l’appunto un Castello di San Giusto reso irriconoscibile dall’accecante scritta “DUX” a carattere cubitali, omaggio alla venuta del dittatore. E in immagini-movimento scorre la città ne Il leone e la leonessa (Comune di Trieste, 2010), documentario firmato da un debuttante alla regia, Riccardo Cepach, focalizzato su Sir Richard Francis Burton, infaticabile viaggiatore, traduttore de Le mille e una notte e del Kama Sutra, che nella sua residenza sul Colle di San Vito ultimò la traduzione dall’arabo del manuale erotico Il giardino profumato, data sciaguratamente alle fiamme poco dopo la sua morte dalla moglie Isabel.

Di certo uno sguardo parziale, che si sofferma solo su alcune delle ultimissime uscite librarie in cui è primattrice Trieste (mentre si redige l’articolo viene dato alle stampe da Bompiani In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il “caso Svevo”, di Giampiero Mughini) non può pretendere di ricostruire un quadro nitido. Ma è uno sguardo, seppur disincantato, foriero di interrogativi: c’è qualcosa che rende Trieste in questo momento un soggetto ancora più interessante di quanto sia stato in passato? Ci troviamo d’innanzi ad una fuga all’indietro o alla consapevolezza di una tradizione differente che ci indica nuove vie da percorrere? Ci si chiede, in definitiva, se rispolverando con i debiti distinguo le considerazioni fatte dal critico Pietro Pancrazi sul “Corriere della Sera” poco più di sett’anni fa, sia lecito parlare oggi – al di là delle retoriche e dei miti di cartapesta – di una letteratura specificamente triestina, con le sue peculiarità, le sue anomalie.

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Scaffale
Culture a confronto al vaglio di una critica militante

Trieste è al centro, costantemente, di un corpus vastissimo di pubblicazioni – e di mostre, come quella appena terminata a Palazzo Gopcevich, dedicata alla figura di Tullio Kezich, o l’esposizione inaugurata da poco al Cccb di Barcellona dal titolo “La Trieste di Magris” – di cui non è possibile dare conto in modo esaustivo. Dovendo operare una scelta, si vogliono qui citare le opere recenti di alcune critiche militanti che testimoniano, con l’impegno profuso nella ricognizione dell’attività letteraria triestina, la centralità della donna nello sviluppo civile e culturale cittadino. Un saggio che scandaglia con minuzia il mito artificiale della «Disneyland della memoria personale» è Trieste: italianità, triestinità e male di frontiera di Katia Pizzi (Gedit, 2007); importanti per comprendere l’eterogeneità della città sono L’altra anima di Trieste (Mladika, 2009) di Marija Pirjevec e Cultura serba a Trieste (Argo, 2009) di Marija Mitrović; infine non vanno dimenticati, tra gli altri, i contributi incisivi di Cristina Benussi, Ernestina Pellegrini, Sergia Adamo, Gabriella Ziani.

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