Un’altra Trieste tra satira e memoria. Due raccolte di Fabio Doplicher e Ugo Pierri

Una mia doppia recensione uscita su “il manifesto” il 14 gennaio 2011

C’era una volta la letteratura triestina. Quella di Saba, Giotti, Svevo, Stuparich e di altri illustri saliti agli altari delle patrie lettere; una letteratura che aveva, a detta di molti critici, una fisionomia dai tratti ben distinti, in grado di smarcarsi dalla letteratura del resto del paese. Il mito della città di confine, mitteleuropea, asburgica, porto franco imperiale, è declinato nel secondo Novecento, svanendo come una bolla di sapone dopo la caduta del Muro e svelando i limiti di una media città di provincia costretta a fare i conti con il presente.
Ci sono degli autori che hanno combattuto – singolarmente – le sirene dell’autoreferenzialità e della nostalgia, e fra di essi spicca il nome di Fabio Doplicher (1938-2003). Trasferitosi a Roma nell’adolescenza, Doplicher è stato un intellettuale a tutto tondo, che ha affiancato ad una corposa produzione in versi l’attività di narratore, drammaturgo, critico, teorico. Di lui si era accorto subito quel formidabile talent scout di Bobi Bazlen, seguìto dai molti che nel tempo si sono occupati della sua opera, da Giorgio Caproni a Giacinto Spagnoletti. Era uno dei giovani più interessanti e maturi inseriti nella nota e discussa antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli nel 1975, Il pubblico della poesia (salvo essere dai curatori escluso – inspiegabilmente – nella sua versione aggiornata, uscita per Castelvecchi nel 2004).
Che una poetica complessa come quella doplicheriana non smetta ancora oggi di lanciare ponti e segnali, di dirci quello che siamo o che stiamo diventando, ce lo conferma El putel orbo, un volumetto di versi uscito di recente (pubblicato dai tipi del Ramo d’oro, è stato presentato a dicembre alla Fiera dell’editoria di progetto «Bobi Bazlen» di Trieste). Doplicher ci consegna come testamento un poemetto che è sì viaggio nella sua città natale, ma che allo stesso tempo riesce a farsi metafora di ogni viaggio a ritroso verso le proprie origini, bilancio di un’esistenza al crepuscolo che, fluendo alla stregua di una colata di magma incandescente, capta le tutte le voci, i volti, i gesti altrimenti cristallizzati nelle sacche di una memoria algida, improduttiva. È un flusso che acquista forza non solo dalla gittata delle immagini evocate, ma soprattutto dalla lingua scelta: un dialetto tambureggiante, espressionistico, cacofonico e a sprazzi percosso da inaspettati quanto calibrati squarci lirici.
Doplicher ci dimostra, in questa prova apparsa postuma, che la potenza della poetica non può essere piegata o indebolita dalla scelta del dialetto, laddove venga respinta ogni retorica reazionaria e consolatoria. E ci dimostra anche, come aveva intuito Antonio Porta, che la narrazione è una delle strutture portanti su cui cresce la sperimentazione. Tutta la sua scrittura è – come notava Remo Pagnanelli in un saggio illuminante dedicato all’opera di Doplicher – bachtinianamente polifonica, vorace del suo desiderio di verbalizzare il mondo.
Un altro triestino che ha osteggiato, e continua a farlo, la cartolina della città-mito, è Ugo Pierri. Classe 1937, ha esordito come pittore negli anni Sessanta grazie all’interessamento di Anita Pittoni, per poi venire allo scoperto, negli anni Novanta, come poeta e scrittore. Pierri, proprio come Doplicher, è sorretto da una poetica organica, che si manifesta in tutte le sue attività artistiche, anche le più – solo in apparenza – estemporanee. Tra queste va citata la curatela di «Ossezia», pagina di satira politico-culturale che circola al di fuori dei canali ufficiali di diffusione dal 1991, in cui Pierri si scaglia icasticamente contro i personaggi più in vista dell’establishment locale e nazionale (progetto meritorio della Biblioteca Statale di Trieste è la recente conversione digitale dei primi 680 numeri). Una scelta dei migliori versi apparsi su questo atipico foglio volante è confluita in Ossetia. L’eco del popolo oppresso, edito in questo periodo da Battello stampatore.
Azzardato inserire un artista geniale e poliedrico come Pierri in una categoria critica; azzardato tentare di accostarlo ad altri autori del panorama nazionale. Il suo ultimo libro, in coerente prosecuzione con i precedenti, persiste a dissodare il solco antico della satira, genere assai poco frequentato – e lo diceva ormai quarant’anni fa anche un poeta lontanissimo da Pierri, l’autore di Ossi di seppia – dai poeti nostrani. Dalla Trieste «necropoli» spazzata dalla bora in cui «cadaveri ambulanti / escono festanti / dalle loro tombe», passando per il Papa polacco che muta la Coca-Cola in vino, la nuova psichiatria, i sindacati confindustriali, i fanatici della produttività, il dio degli eserciti, pare che niente e nessuno venga risparmiato; a salvarsi, a salvarci, è l’esercizio della memoria, che deve guidarci nella separazione di chi ha lottato su fronti avversi e inconciliabili, perché il 25 aprile, come scrive Pierri in chiusura di uno dei suoi testi più intensi, si ritrova in Risiera di San Sabba: un giorno «rosso di sangue e di aspro terrano».

FABIO DOPLICHER, EL PUTEL ORBO, IL RAMO D’ORO, PP. 61, EURO 12;
UGO PIERRI, OSSETIA. L’ECO DEL POPOLO OPPRESSO, BATTELLO STAMPATORE, pp.140, EURO 12.

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