Moderni viandanti. Quella rivoluzione lenta in forma di cammino

Un mio articolo apparso su “il manifesto” del 3 dicembre 2010

 

Moderni viandanti. Quella rivoluzione lenta in forma di cammino

Non è probabilmente un caso che negli ultimi tempi siano usciti tanti libri sul «camminare», declinato in tutte le sue varianti, dal pellegrinaggio al trekking. Come scrive in un bel saggio David Le Breton (Il mondo a piedi, Feltrinelli, 2001; giunto quest’anno alla quinta edizione) la marcia è «attività antropologica per eccellenza», che accende nell’uomo il desiderio di capire, di posizionarsi nella trama complessa del mondo. Contro la rapidità che permea ogni aspetto delle nostre esistenze globalizzate, il camminatore propone una lentezza che è, a tutti gli effetti, rivoluzionaria. Camminare rappresenta ogni giorno di più un’infrazione, soprattutto al di fuori dei recinti in cui si vorrebbe confinato, siano percorsi pedonali o tapis roulant da camera/palestra – quelli che Rebecca Solnit, autrice di una delle più complete opere sull’argomento (Storia del camminare, Mondadori 2002), definisce «espedienti che incoraggiano al ritiro dal mondo», che esasperano l’individualismo.

La lista dei camminatori eccellenti è lunga, e annovera pensatori, poeti, scrittori, artisti di tutte le epoche: da Socrate a Swift, da Rousseau a Coleridge, giù giù fino a Wittgenstein, Chatwin, Herzog (quasi assenti le donne, in effetti, e per indagare il perché si consiglia la lettura del saggio di Solnit). Che si tratti di passeggiate filosofiche o votate alla composizione di poemi, traversate on the road, esplorazioni di territori sconosciuti o, come nel caso di Herzog, marce disperate verso il capezzale di una persona cara, ci troviamo di fronte a deambulazioni accomunate da un’esperienza – quella dell’infilare un passo dopo l’altro per mantenere l’equilibrio, per non precipitare – costantemente sul filo del rasoio. A seconda delle motivazioni, della durata e dell’eventuale meta, la viandanza prende il nome di pellegrinaggio, vagabondaggio, escursione sportiva, passeggiata (a cui andrebbe aggiunta la dolorosa ritirata dei reduci e dei profughi in fuga dalle zone di guerra) e può essere trasferita su carta sotto forma di diario, romanzo, poema, saggio, guida o infine – e accade spesso – come ibrido, al confine fra generi diversi.

Un diario uscito in questi giorni nelle librerie italiane, dopo aver riscosso un notevole successo in Belgio e in Francia (A piedi a Gerusalemme. 184 giorni, 184 volti, Scheiwiller), ha per autore Sébastien de Fooz, che ha camminato per sei mesi da Gand, nelle Fiandre, dove è nato, fino a Gerusalemme. Non è la prima volta che parte: in passato è andato a piedi a Santiago de Compostela, qualche tempo dopo a Roma. Parte perché non ha più «la forza di fingere», di giocare un ruolo che non gli appartiene in una vita che gli appare «senza storia». Il pellegrino de Fooz attraversa tredici paesi armato di zaino, in tasca cinquanta euro in tutto, raccoglie al lager nazista di Dachau un sasso per poi depositarlo, alla fine del suo viaggio, in una breccia che si apre nel Muro del Pianto. È un racconto semplice e appassionante, che stimola il lato «nomade» del lettore, accende il desiderio di mettersi in cammino.

Solca a piedi le antiche vie di peregrinazione cristiana anche Enrico Brizzi – laico e conscio dell’antico detto: chi va molto pellegrino di rado diventa santo – che negli ultimi anni pare aver sdoppiato la sua produzione. Inizia con Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall’Argentario al Conero (Mondadori, 2005), in cui si mescolano gli elementi del diario, del romanzo e della guida, per poi proseguire con Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (Mondadori, 2007; da cui è tratto un graphic novel illustrato da Maurizio Manfredi, uscito per lo stesso editore nel 2009), un romanzo a tutti gli effetti, nel quale ciò che conta non è tanto il viaggio, quanto il casus belli scatenante: l’incontro-scontro con il pellegrino tedesco Bern, ex tossico, psicopatico, folgorato sulla Via di Santiago, tatuato da capo a piedi, incarnazione postmoderna di un infervorato cavaliere templare. La risoluzione del giallo nel finale permette a Brizzi di sottolineare uno dei topoi tipici delle viandanze lunghe: l’entrata dell’individuo in uno stato liminale, in bilico tra condizione passata e futura, fuori da ogni ordine prestabilito, un essere umano nuovo, in potenza (si leggano le pagine sul pellegrinaggio di Victor e Edith Turner). Nei due volumi usciti per Ediciclo (La Via di Gerusalemme. In cammino da Roma alla Città tre volte santa , 2009; I diari della Via Francigena. Da Canterbury a Roma sulle tracce di viandanti e pellegrini, 2010), invece, Brizzi e il compagno di strada Marcello Fini affiancano, alle pagine di diario scritte sul campo, apparati fotografici, brevi descrizioni delle tappe, consigli pratici nonché digressioni storiche sui luoghi attraversati.

Si è cimentato con la viandanza anche Wu Ming 2, che ha da poco dato alle stampe Il sentiero degli dei (Ediciclo, 2010). Qui la difficoltà di inquadrarsi in un genere viene dichiarata dall’autore già nell’incipit: non è una guida, non un romanzo o un diario, e neppure un saggio o un reportage, ma una miscela di tutte queste forme. L’epigrafe in apertura di Eugenio Turri svela il disegno: «ogni atto sul territorio è un atto politico». La marcia da Firenze a Bologna serve dunque a denunciare gli scempi perpetrati nella costruzione dell’Alta Velocità, pesantissimi per quanto concerne l’ecosistema appenninico, e in uno dei passaggi più riusciti, Gerolamo, il protagonista, mostra tutta la propria impotenza nel non saper distinguere «il suono dei rami incurvati da un’esplosione di gas», il fumo dei corpi bruciati che «ha infiltrato le rocce», o quelli che sono «rimasti schiacciati sotto un’armatura». Quanto si perde a guadagnare venti minuti di tempo tra due città?

Viator, ma senza meta, è il norvegese Tomas Espedal, autore di un godibilissimo diario intitolato Camminare. Dappertutto (anche in città), edito da Ponte alle Grazie nel 2009. Le fantasticherie del passeggiatore solitario Espedal vertono intorno alla letteratura del camminare e alla descrizione delle sue avventure, contraddistinte da una destinazione che non è una città santa, bensì, di volta in volta, un «santuario laico», come la baita di Heidegger, la stanzetta di Satie o la casa di Rimbaud. Se il vagabondo Espedal cammina, lo afferma lui stesso, per «entrare in una specie di oblio» e perché non sono quattro mura ma la musica di Bach a delimitare il perimetro della sua casa (ricordando il «non so abitare» rilkiano), il comico tedesco Hape Kerkeling (Vado a fare due passi, Tea 2010) cammina verso Santiago bonariamente, alla Jerome, un po’ per non restare «perennemente stravaccato davanti alla tv», un po’ per prendersi una pausa di riflessione. E sebbene il diario leggero di Kerkeling non abbia alcun carattere di eccezionalità, sono stati molti i tedeschi che negli ultimi tempi si sono incamminati verso la finis terrae iberica dopo avere letto questo libro.

Su fronti opposti si situano La via lattea di Pergiorgio Odifreddi e Sergio Valzania (Longanesi, 2008) e Cammini in Europa di Paolo Caucci Von Saucken e Paolo Asolan (Terre di mezzo, 2009). Entrambi strutturati come dialoghi (nel primo il modello dichiarato è l’omonimo film di Buñuel), imboccano sentieri divergenti. Odifreddi e Valzania rappresentano, con le loro conversazioni, una composita galassia di orientamenti, dall’ateismo più radicale a una religiosità che non teme di confrontarsi con il mondo contemporaneo. Dall’altra parte, Caucci – uno dei maggiori studiosi europei dei cammini – e il sacerdote Asolan, dipanano nel dettaglio origini e trasformazioni delle grandi vie di pellegrinaggio, criticando chi – e vengono additati proprio Odifreddi e Valzania – cammina privo «della dinamica dello spaesamento» che consentirebbe di «essere più liberi di cercare Dio» (un diario «di parte» in questo senso, ma capace di coinvolgere anche un non credente, è Il Portico della Gloria di Davide Gandini, pubblicato nel 1996 da E.D.B. e giunto alla quinta ristampa nel 2007). Rischioso addentrarsi nella vecchia disputa del è «vero» pellegrino solo chi ha fede?, rischioso a maggior ragione in un’epoca di rinnovati conflitti religiosi. Perché non accettare che il tema della peregrinazione appartiene da sempre al destino dei popoli e camminare adempie a un compito di «umanizzazione» (approfondimenti antropologici e filosofici si ricavano dalla lettura dei recenti saggi di Demetrio Duccio, Francesco Careri e Italo Testa)? Che in fondo, tutti coloro che si mettono in marcia appartengono, come scrive Henry David Thoreau (imprescindibile il classico Camminare, Mondadori, 2009) all’ordine antico dei Camminatori?

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Tra i progetti – per fortuna sempre più numeorosi – che lavorano per diffondere la cultura della lentezza al di là di ogni divisione, “Il Movimento Lento” mira a divulgare la cultura del viaggio a piedi e in bicicletta, promuovendo corsi, pubblicando testimonianze e mettendo a disposizione le tracce Gps di molti itinerari. Oragnizzato dalla Provincia di Parma, il Festival “PassoParola” intreccia escursioni, visite guidate, incontri con autori e camminatori, seminari filosofici nei boschi dell’Appennino. Sul piano istituzionale, infine, va segnalata la rete di cooperazione internazionale “Cammini d’Europa“, nata con il sostegno dell’Unione Europea per sostenere lo sviluppo di territori toccati dal Cammino di Santiago e dalle Vie Francigene.

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