A piedi per ritrovare un dialogo di pace. Intervista a Sébastien de Fooz

Una mia intervista al belga Sébastien de Fooz apparsa su “il manifesto” del 3 dicembre 2010

Nato nel 1973 in Belgio, Sébastien de Fooz ha lavorato a lungo come reporter e i suoi servizi lo hanno portato in una quarantina di paesi. Da qualche anno si occupa delle varie forme di relazione interpersonale nel quadro del dialogo fra culture e religioni. Gli abbiamo rivolto alcune domande all’indomani dell’uscita del suo libro A piedi a Gerusalemme. 184 giorni, 184 volti pubblicato da Scheiwiller.

Dopo aver viaggiato con ogni mezzo in decine di paesi, nel 2005 è andato a piedi a Gerusalemme. Cosa si aspettava?

Dopo dieci anni di viaggi come reporter in regioni instabili, volevo attraversare i contrasti con il mezzo più semplice di locomozione: i piedi. Abbandonare il proprio ambiente, le sicurezze, la famiglia, le abitudini, per andare in Medio Oriente. Anche in Belgio ci sono delle tensioni, tra fiamminghi e valloni; io, per esempio, sono fiammingo, ma provengo da una comunità di lingua francese, una minoranza che viene discriminata. Camminando, vivendo le differenze nel corpo, ci si rende conto dei pericoli latenti dell’intolleranza.

E’ partito senza tenda, con cinquanta euro in tasca. Eppure ha sempre trovato accoglienza, anzi, a volte ha dovuto declinare inviti che l’avrebbero rallentata, soprattutto nei paesi musulmani. Di quali pregiudizi si è liberato, camminando?

Ovunque, dal Medio Oriente alla Germania e all’Austria, ho incontrato tanta gente che mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno. Sono partito senza denaro perché volevo vedere fino a dove può arrivare la bontà delle persone. Mi hanno colpito le raccomandazioni ricevute ogniqualvolta mi avvicinavo a una frontiera: fai attenzione di là, mi dicevano, di là è pericoloso. Più mi avvicinavo al Medio Oriente, più le raccomandazioni si facevano pressanti. Tuttavia, in ogni paese sono stato invitato in famiglie che mi trattavano benissimo. Mi sono reso conto dell’importanza di accogliere l’altro, senza giudicarlo.

Negli ultimi anni è scoppiato il boom del pellegrinaggio. Si stanno riscoprendo molti cammini, oltre a quelli storici come il Cammino di Santiago, che al momento rimane il più frequentato. Oltre alla fede, quali sono le motivazioni che spingono tante persone ad affrontare un’esperienza del genere?

Le nostre radici affondano nel camminare. In un mondo globalizzato in cui tutto viaggia alla velocità della luce, abbiamo il bisogno di scoprire la saggezza della lentezza. È la lentezza che ci permette di ricollocarci al di là del costante bombardamento di immagini che subiamo.

Sta lavorando alla costruzione di un “cammino della pace” che attraverserà molti paesi con meta finale Gerusalemme. A che punto è il progetto?

Nel 2012 vogliamo camminare da Bruxelles insieme a persone di orizzonti diversi che costituiscono la realtà europea. Vogliamo dar vita a un’anticrociata che includa le differenze e apra al dialogo. È un progetto molto ambizioso, ma i sogni vanno vissuti ad occhi aperti, e vanno realizzati.

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