Si possono intervistare quelli che Rimbaud chiama erranti, nutriti del vino delle caverne e del biscotto della strada, ansiosi di trovare il luogo e la formula? I viandanti, i vagabondi, quelli che mettono gli occhi sulle punte dei piedi, i camminatori incalliti, che nella sosta già prefigurano il prossimo viaggio, quella gente lì, quella bella gente lì, che non si vede così spesso in giro, ha un senso fermarla, costringerla a raccontarsi, a raccontarci? Credo di sì, anzi, ne sono sicuro, perciò mettetevi comodi, non troppo comodi, e mettetevi in quello stato d’animo che precede il sonno, fantasticate, proiettatevi in vasti spazi, rimanete con le palpebre socchiuse e leggere…
(l’intervista su “Fucine Mute”: QUI)
